La cultura cambia la città: Farm Cultural Park

C’èquesto posto speciale, in Sicilia.
Il paese delle meraviglie, l’hanno chiamato.

Appena fuori Agrigento, in una cittadina sofferente chiamata Favara, succede di girare un angolo grigio e trovarsi, all’improvviso, a Farm Cultural Park. Che ti si apre davanti e ti lascia per un secondo senza fiato, perché proprio non te lo aspettavi, non così.

i Sette cortili

Farm Cultural Park è sette cortili – nel centro storico di questa cittadina siciliana un po’ malmessa, coi suoi tanti edifici fatiscenti e la mafia che fa spesso la voce forte – che, un tempo abbandonati, sono oggi il cuore di un processo contagioso di rigenerazione del territorio.

È un’oasi culturale, un ambizioso progetto di riqualificazione urbanistica e, più ampiamente, di cambiamento socio-culturale, tramite l’arte e la cultura.

Lo spazio Raft a Farm Cultural Park (foto via Farm Cultural Park).

La creazione dei sette cortili della Farm, ad opera dei coniugi Andrea Bartoli e Florinda Saieva, è basata su un assunto fondamentale: la cultura fa crescere cose belle, e porta cambiamento contagioso.

Così, nei sette cortili sono sorte, una appresso all’altra, gallerie espositive, magici luoghi di ristoro e opere di urban art. In questa strana kasba siciliana sono arrivati, a condividere idee, artisti e intellettuali da tutto il mondo. Le mura dei sette cortili si sono riempiti di colori forti e idee coraggiose e quello è stato il punto d’inizio per un processo di rigenerazione di Favara tutta. Ora a Favara si fanno le mostre, i festival, i concerti, i dibattiti – e pare sempre festa.

Alla Farm c’è la XL, uno spazio espositivo di cinquecento metri quadri -con tanto di roof garden (e annessa Happiness Kitchen) sui tetti della città di Favara. C’è SoU, la scuola di architettura per bambini, e lo Scenario, che è dedicato alla danza. C’è lo spazio Raft, dove si scopre la storia e la missione della Farm, e quello Nzemmula, che è una casa sociale. C’è il Riad, che è un’oasi dentro l’oasi: un giardino verde e lussureggiante costruito secondo l’architettura tradizionale del Marocco – con una piccola piscina, sul cui fondale rosso è scritto a lettere cubitali: “suca”.

Al Riad del Farm Cultural Park, a bere birra Minchia.

Poi ci sono il (piccolo) Mercato e un paio di punti di ristoro – dove si mangiano prodotti locali fatti dai locali, perché a popolare le strutture della Farm sono gli abitanti di Favara. Questo vale è anche per il minuscolo Community Rooms & Wine, dove si può bere, mangiare e soprattutto dormire (la stanza in cui siamo stati era davvero speciale).

un pezzo di mondo migliore

Da quando c’è la Farm, Favara è innegabilmente un posto diverso: prima era un paese dimenticato da quasi tutti, ora una cittadina che riceve decine di migliaia di visitatori l’anno… e che fiorisce insieme alla Farm. Si può dire – l’ha già del resto detto il Guardian – che la Farm, portentoso incubatore culturale, ha salvato Favara.

Stiamo provando a costruire un pezzo di mondo migliore, una piccola Comunità impegnata ad inventare nuovi modi di pensare, abitare e vivere.

Ci sono bastati due giorni alla Farm per innamorarci di questo posto e di questo progetto. A ridarci fiducia sulla possibilità che facendo le cose con tutto il cuore e la testa poi magari ci si riesce anche, a costruire un pezzo di mondo migliore. La Farm ha cambiato per sempre Favara, e poi ha cambiato un po’ anche noi.

 

📍 Favara e il Farm Cultural Park sono appena fuori Agrigento, e sono una tappa – da combinare con Scala dei Turchi e Valle dei Templi! – del nostro giro della Sicilia in 10 giorni. Nell’itinerario da scoprire anche:
🎨 la street art di denuncia del Pizzo Sella Art Village;
👊 i luoghi simbolo dell’anti mafia a Palermo;
🌌 le macerie della memoria al Cretto di Burri di Gibellina.

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